Ovvero: rimanere liberi, sempre, di essere se stessi compiutamente, a costo di scontrarsi, ingaggiare conflitti, scontare repressione, fino a rischiare la galera. Ma mai chinare il capo, mai fermarsi, mai tacere, mai arrendersi, perché è spazio che si lascia a chi è pronto a divorare libertà, diritti, vite, pace, pur di guadagnare potere e profitto. Ma soprattutto: decidere della propria vita in tutti i suoi aspetti, a cominciare dal lavoro. E la scuola è l’esempio più lampante: finché è stata decisa da chi ci lavorava, da chi insegna, si è trasformata in un’eccellenza. Quando è cominciata la delega, è finita la libertà d’insegnamento, ed è finita la scuola.
Questo è il senso del libro che ho scritto. Attraverso il racconto della vita di Piero, maestro elementare al Trullo e poi a Magliana negli anni in cui le lotte per la scuola pubblica erano pane quotidiano, accanto alle occupazioni, un’istituzione a Roma, e alle lotte per l’autoriduzione della luce.
Anni in cui le lotte, l’impegno e il senso dell’autodeterminazione hanno restituito a questo paese le leggi più civili che abbiamo conosciuto. Ne ho pubblicato un esaustivo elenco in fondo al testo, con un diagramma trovato nell’archivio storico Istat, che indica i picchi delle lotte per il lavoro proprio in quegli anni.
Un palese riscontro del fatto che la democrazia è fatta di impegno, partecipazione e conflitto mettendosi in gioco fino in fondo, fino a riuscire a determinare le scelte.
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