Diritti da salvaguardare, diritti da riconquistare, diritti da far valere… quest’altalena di conquiste e regressioni, salti avanti e passi indietro, è diventata stancante. Anzi per lo più ci ha sfinito, tanto che chi ha il potere di determinare le cose si sta prendendo tutto il campo lasciato libero. Lo avevo messo a fuoco nel mio monologo “Gaza siamo noi. quale politica” proponendo di ritornare alla sostanza di quello che vogliamo.
Perché il Potere, è la quaestio. E la dinamica storica prodotta dalla democrazia borghese. Persino Marx ci aveva chiarito che la lotta di classe, le lotte dei lavoratori e le conquiste che avrebbero determinato avrebbero prodotto per paradosso il consolidamento dello stesso sistema di sfruttamento, finché avessero cercato di “migliorarlo”, ovvero di migliorare le condizioni di lavoro. Un Comma 22, praticamente.
Non a caso dopo i 35 giorni alla Fiat, di fronte alla marcia dei 40mila, i sindacati tirano il freno a mano, si guardano negli occhi con Agnelli e Romiti, e fanno una bella conversione a U, certificata dall’intervista di Lama su “La Repubblica”, che introduce nel nostro linguaggio il vocabolo “esuberi”.
Chi era mai pronto per cambiare il Sistema fra PCI e CGIL! Solo “il manifesto” di Pintor e Rossana in quello stesso momento faceva uscire uno speciale che si intitolava: “Liberare il lavoro o liberarsi dal lavoro?” Bella domanda, no? Ma siccome nessuno l’ha raccolta, ci hanno pensato i padroni a rispondere, liberandoci dal lavoro. Quello tutelato dai diritti, naturalmente. Senza quindi dare qualcosa in cambio.
E cosi oggi, a 40 anni e passa da quel bivio, noi ci ritroviamo licenziatə a 50 anni, mentre paghiamo sempre di più per la nostra salute in termini di soldi o tempi di attesa, per non parlare delle medicine, o della scuola, o della casa, o dei trasporti, i servizi essenziali in sostanza, i bisogni primari, mentre esercitiamo inconsapevolmente lavoro gratuito per ottenere servizi negli innumerevoli sitiweb sui quali possiamo ottenere online quello che ci serve senza muoverci da casa, peccato che siamo noi a lavorare gratis al posto dell’impiegatə con cui una volta potevamo interloquire. Complessivamente la piena attuazione del famoso motto “privatizzare i profitti socializzare le perdite”.
Questo fa chi può farlo, e lo può fare chi ha mano libera, chi non trova ostacoli, chi ha campo libero. Lo chiamiamo Potere, lo analizziamo, lo smascheriamo, lo denunciamo, ci scagliamo contro, ma non facciamo mai i conti con il nostro, Potere. Con tutto quello che noi abbiamo costruito nella società.
Eppure abbiamo costruito tanta alternativa: c’è una generale maturità di elaborazione in tutti i settori: il settore sanitario, la scuola, l’università, la ricerca, la casa, le carceri, l’ambiente, la cultura e lo spettacolo, il giornalismo, così come tutte le attività e i servizi messi in piedi nei nostri centri sociali come nella miriade di iniziative nel territorio.
Tanti anni fa un bravo economista marxista, Bruno Morandi, propose una serie di incontri dal titolo “Ipotesi per un’alternativa”. Si trattava di mettere in campo l’immaginazione: come immaginiamo la società che vogliamo? Come, un sistema che rimetta al centro l’Uomo (si diceva una volta) e ci renda davvero liberi?
Da troppo tempo abbiamo smesso di mettere legna al fuoco dell’immaginazione, ma è esattamente questo che ora dobbiamo fare. Sembra un paradosso ma non lo è: dobbiamo smettere di arrancare sull’emergenza, per l’appunto sempre più costellata di problemi che ci strozzano, dai più piccoli ai più grandi e tragici, che ci stanno impedendo di pensare, – a parte protestare – e costruire la nostra rotta.
Perciò io credo che bisogna chiamare a raccolta tutti i settori che prima ho elencato per proporre loro di mettere nero su bianco come immaginano debba funzionare il loro ambito per essere una fonte vitale per tuttə, e successivamente provare a rendere intersezionale l’elaborazione di ciascun settore, in modo da disegnare il quadro complessivo di una società nuova.
Chiamare a raccolta i diversi ambiti, proporre quest’elaborazione, darsi un mese di tempo, e di nuovo convocare tutti a raccolta per incrociare le proposte.
Da ultimo ma non certo ultimo, io penso molto seriamente che da qui si esce solo lavorando alla possibilità di realizzare il Reddito Minimo Universale, e naturalmente per questo è necessario bussare alla porta di chi da tempo lavora ad immaginare come sarebbe possibile realizzarlo. Ma non è il lavoro salariato la via d’uscita da qui, non solo perché è praticamente distrutto e l’unica ipotesi in campo è la produzione di armi e la guerra, che come ci insegna la Storia è grande produttrice di profitti, ma perché come tutti noi sappiamo è comunque un corto circuito le cui conseguenze non sono altro che ricatto e sfruttamento. Il lavoro deve essere liberato da questa tagliola, come devono esserlo i servizi e tutto ciò che continua sempre più vorticosamente ad essere messo a profitto.
E’ questo che leva l’acqua ai pesci della precarietà, dell’instabilità, del ricatto, in due parole: di una società costruita sulla divisione in classi.
Un tema che sembra archiviato dall’orizzonte comune, e non parliamo dei partiti più o meno di sinistra. Noi non possiamo arrivare alle elezioni strappandoci i capelli per chi fra noi vota AVS o Movimento 5 stelle o, manco a dirlo, fra i nostri cari magari, il partito democratico. E non voglio neanche citare il resto. No, noi dobbiamo creare noi quell’organizzazione che dicevo prima, tanto da fare sì che siano i partiti a dover fare i conti con noi, e non il contrario.
Vogliamo ispirarci al confederalismo democratico? Discutiamone, ma io è di questo che voglio discutere. Di organizzazione e struttura. Noi dobbiamo tornare a immaginare, e far valere tutto ciò che siamo stati in grado di costruire in ogni settore trattandolo, questa volta, come una vera alternativa al Sistema, non solo come il nostro modo di vivere.
E’ il nostro Potere, e ci mette in condizione di uscire non solo dalla dinamica ipocrita della democrazia borghese che dicevo all’inizio, ma anche da una dinamica storica, basata sulla legge del più forte, basata a sua volta sulla violenza, mitigata, arginata, dall’ipocrisia borghese dello “Stato di Diritto” con cui, come vediamo dalla Palestina al Minnesota, passando per l’Iran e il Venezuela, il Potere, come esercizio della violenza, non ha più bisogno di mascherarsi. Il Potere come esercizio di governo invece è in mano a ognuno di noi, le nostre relazioni si basano su un equilibrio di poteri; quando parliamo di abbattimento del patriarcato, di ascolto, rispetto, cura, parliamo della consapevolezza di avere un potere, e della consapevolezza di quello dell’altrə che è in relazione con noi. Una cultura dell’equilibrio nella gestione del potere nelle nostre relazioni, come esseri umani, perciò fuori dai ruoli sociali, è la strada per fare i conti con il Potere senza ignorarlo, dando realmente un’alternativa strutturale ad un nuovo sistema, non più, anzi mai più, basato sul patriarcato.

