Il Comune di Torino ha rotto il patto di collaborazione con il centro sociale Askatasuna. Questo vuol dire No alla riapertura. Per consegnare un’alternativa di sistema nel tritacarne della proprietà e della speculazione immobiliare. La rabbia della piazza è comprensibile, ma è ora di impegnare le nostre energie non per rompere, ma per costruire.

Quando ci si trova in una piazza enorme come quella di Torino per la riapertura del centro sociale Askatasuna – che ormai deve essere chiaro a tutti, vuol dire parlare di libertà, di giustizia, di servizi, di un’economia alternativa a quella di guerra, che metta al centro l’umano insieme alle specie animali e vegetali che popolano la nostra terra – dove gli scontri prendono il proscenio e oscurano i contenuti nella lettura preponderante, nasce una domanda: cui prodest?

A chi giova? La domanda nasce dal fatto di vedere chiaramente il disegno repressivo del governo Meloni, di cui fa parte la proditoria chiusura dei centri sociali, matrici di mondi alternativi, e la sottesa volontà di provocare la rabbia – giusta rabbia – e la reazione. Non per niente all’inizio del pomeriggio giungevano inquietanti notizie sui controlli a tappeto da parte delle forze “dell’ordine” verso tuttə quellə che stavano arrivando a Torino, a cominciare dai caselli autostradali come ormai è d’uso corrente ogni volta che c’è una manifestazione nazionale.

Mi ricordo della violenta reazione di piazza che ci fu il 14 dicembre del 2010, all’indomani del rinnovo della fiducia al governo Berlusconi, ottenuta corrompendo alcuni deputati e senatori. Quella rabbia su piuttosto giustificata da buona parte di media e opinione pubblica: era talmente lampante la protervia che non si poteva non reagire. E palesemente non essendoci una strada nelle stanze del parlamento, era rimasta la strada, quella vera.

I casi sono diversi, ma l’arroganza del potere è la stessa: di fronte al fatto ormai chiaro che non c’è stato alcun motivo giudiziario per chiudere Askatasuna, l’unico motivo che diventa palese è provocare una reazione. “Sorvegliare e punire”, ammoniva Foucault e questo è esattamente ciò che sta avvenendo. Caricato dal fatto che il Comune ha rotto il patto di collaborazione con il centro sociale, che vuol dire storia chiusa. La rabbia è più che giustificata.

Quello che serve però ora non è quella reazione di piazza – e meno che mai picchiare in tanti un uomo rimasto solo e a terra; quello che serve è la consapevolezza di noi, di tutto ciò che abbiamo costruito, della capacità di intersezione dei temi, della maturità dell’elaborazione, e del nostro potere di farla diventare alternativa. Dobbiamo essere alleatə e costuire alleanze e ascolto il più largo possibile, e per farlo dobbiamo uscire dall’emergenza, contenere l’emotività con la lucidità, costruendo organizzazione e struttura.


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