La reazione popolare è stata fortissima, a Minneapolis e in tante altre città degli USA, come da noi. Ma se rimane l’onda che reagisce all’autoritarismo, continuerà a montare e spegnersi ogni qual volta il potere prenda contromisure per calmare gli animi. E quando non avrà più bisogno di prenderle, non avremo più spazi per reagire.

Leggevo su «il manifesto» di oggi (domenica 8 febbraio) l’articolo che parla del regista Gus Van Sant a proposito del suo nuovo film e della mobilitazione “dal basso” contro l’ICE e l’autocrazia Trumpiana, che denuncia la forte consapevolezza civile di quanto l’America sia cambiata, precipitando nel buco nero della fascistizzazione.

Una reazione nelle forme visibili ben più scomposta ma altrettanto forte da noi, che invece al margine, nelle forme invisibili, è altrettanto organizzata. Non so quanto sul piano della solidarietà umana come quella che ci viene così ben raccontata da Luca Celata e Marina Catucci, ma sicuramente sul piano della consapevolezza politica.

Quello che manca, in entrambi i casi, è l’anello di congiunzione tra l’organizzazione sul piano sociale e la sua affermazione sul piano politico.

Continuo a battere questo chiodo perché è quello che in assoluto mi sembra un passo urgentissimo. E lo dico senz’altro in entrambi i casi, ma posso entrare nel merito con più conoscenza di quello che avviene qui riguardo lo stato di maturazione dell’elaborazione di un’alternativa. O devo dire, di quello che “servirebbe”?

Perché il punto è proprio qui: che parliamo di casa, scuola, università, ricerca, cultura, spettacolo, sanità, carcere, agricoltura, ambiente, droghe, lavoro, reddito e posso continuare, sono convinta che il livello di preparazione sia a grandi altezze, ma che ancora si basi su “ciò che si chiede alla politica”, ovvero al governo.

Il passo da fare è riconoscersi, riconoscere quell’elaborazione come progettazione di una nuova società, e proporsi come alternativa. Capovolgere la logica verticistica, partitica, smettere di dare per scontata la delega, e creare una dimensione “consiliare”, capace peraltro di intersezione fra tutti i settori della società, così da crearne il quadro completo.

Vi ricordate come funzionò l’organizzazione per il referendum sull’acqua pubblica? Parafrasando Foucault in un articolo su «micromega.it» la definii “microfisica della democrazia”: seminare e diffondere capillarmente, costruire comitati, dai quartieri ai territori alle città – che arrivino a costituire assemblee nazionali. E, come allora, arrivare a vincere.


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