Naturalmente non è in discussione la violenza del sistema e la necessità di sovvertirlo per creare un sistema di cura. Ma non c’è cambiamento autentico che non passi per la trasformazione interiore di ciascunə.

Anche questo è fuori discussione. E guardo soprattutto al mondo della sinistra a cui sono sempre appartenuta, perché è il mondo più moralista e recriminante che io conosca. La costruzione del j’accuse, imprescindibile per individuare le radici malate di un sistema da rivoluzionare, è diventato a lungo andare il muro invalicabile dietro al quale non vedersi. Neanche pensarsi, perché “siamo nel giusto“.

Un’alienazione più profonda, perché si innesta su quella prodotta dal sistema, ma è peggiorata da noi stessə. Siamo in rivolta, rancorosə e rabbiosə, e non ci rendiamo conto che così presə dal continuo scagliarci contro tutto quello che ci fa incazzare o ci dà dolore, costruiamo una barriera interiore che ci impedisce di guardarci dentro e di scegliere da persone libere.

Perché la libertà è interiore, e sta nel riuscire ad essere interamente noi stessə in qualunque condizione. Quanti strati ha la dipendenza, in questo sistema? Tanti, costruiti con una solida impalcatura culturale: dalle favole con il principe azzurro che ci salva noi fanciulle così come il principe stesso, l’eroe, il guerriero per gli uomini. Su questi ruoli cominciamo a costruire la nostra identità. Cresciamo, e ci si pianta davanti il modello standard di bellezza comprensivo di misure ottimali e clichét su misura per le brune e per le bionde, mentre per gli uomini va alla grande la versione palestrata. E poi il modello di moglie, di madre, di amante, di bambolina o di puttana, tutti profili che fanno da specchio, per gli uomini. Poi arriva il lavoro: il lavoro dipendente è il lavoro sicuro: se ti metti nelle mani di qualcuno, se deleghi l’amministrazione dei tuoi tempi di vita a qualcun’altro che non sei tu, in cambio hai lo stipendio o il salario sicuro. Soldi in cambio per una vendita proficua o scarsa, dipende: se hai fatto il percorso standard per conformarti è di certo più facile che sia redditizia, ma se non l’hai battuto quel percorso – non avevi voglia di studiare eh? o avevi troppi grilli per la testa? – allora sarai condannatə alla precarietà. Affari tuoi. E poi il consumismo: come fare a meno di tutti i beni materiali, che si tratti di abbigliamento o di arredamento, di tecnologia o divertimento? ed ecco pronto un finanziamento su misura per renderti debitore a vita. Tanto abbiamo già il mutuo, no? Infine, la politica. Di un sistema basato, sulla delega. Che quindi ti induce a sacramentare, incazzarti, disperarti, aspettando che siano i partiti a cambiare le cose. Dentro questo sistema.

E così non ti accorgi che a tutte queste dipendenze corrisponde un potere, il potere che il sistema ha su di noi. Inveisci contro tutto questo, ma non esci dal modello di vita proposto né dalle abitudini che lo rendono una routine consolidata. Inveisci, ma non cambi, perché ti sfugge completamente che il problema sei tu. Sei tu che sei dipendente, perché ti aspetti che qualcun’altro cambi le cose. Così continuiamo ad essere dipendenti e non ci accorgiamo del potere che abbiamo.

Invece è qui è il bandolo di questa matassa che non è neanche intricata, è solo ben stretta. Prendere in mano la propria vita o magari, dandoci un’immagine più tenere, prenderci per mano, per essere noi a decidere di noi stessə. Liberə.


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