Da tempo molti palestinesi fanno notare che l’inquadramento giuridico basato sui diritti è inadeguato per fornire spiegazioni e soluzioni alle loro avversità. Il discorso sui diritti “presuppone la centralità del diritto e presuppone che un’applicazione equa della legge porterà alla giustizia: il legale trascende il politico e lo limita”. In altre parole la legge – così come il concetto di diritti umani – si presume neutrale.
Ma basta la nostra storia per sapere che non lo è: i processi per stragi, i depistaggi, l’accordo Stato-mafia, le assoluzioni o prescrizioni per i politici, vedi Andreotti o Berlusconi, il tappeto rosso – leggi aereo di Stato – offerto ad un criminale di guerra come Almasri, accusato dalla CPI di crimini contro l’umanità come tortura e stupro, dimostrando quanto la politica intesa come dominio possa farsi beffe delle Istituzioni giuridiche. Per arrivare al criminale genocida Netanyahu & sodali, su cui pendono le medesime accuse aggravate dal genocidio, di fronte alle quali il nostro paese nicchia e continua a fare lucrosi affari. E non dimentichiamo l’Egitto, altro partner di peso tale per cui la tragedia di Giulio Regeni rimane in mano alla famiglia, all’avvocata Ballerini, e a tutti noi che continuiamo a tenere alta l’attenzione su un caso di tradimento del diritto, con la tortura e l’assassinio di un giovane ricercatore, non certo presa in carico dai governi che si sono succeduti dal 2016 a oggi.
Ma naturalmente il “garantismo” vale per chi siede in parlamento nonostante i carichi pendenti, a fronte degli anatemi scagliati su qualsiasi sentenza non aggradi il governo di turno (vedi il risarcimento a Carola Rakete e alla Sea-Watch3 che pilotava nel 2019). Al succo, la riforma su cui andremo a votare il 22 e 23 marzo prossimi non serve ad altro che a sancire questo squilibrio di potere. Come sempre prima il cambiamento si determina con i fatti, e poi viene suggellato dalle leggi. Se la fase è “progressista” ci può andar bene – vedi tutte le leggi varate negli anni ’70, dal divorzio al nuovo diritto di famiglia, dal SSN alla progressività dell’Irpef, fino dal tempo pieno e all’aborto – ma se ci dice male questa è la situazione che ci si para davanti.
Questa dinamica conflittuale, ovvero la possibilità che vincano conservatori o di più, reazionari, o progressisti, o di più, la sinistra, magari pure radicale, è quella che noi riconosciamo come democrazia.
Ma io non sono più sicura che la democrazia sia questa. Forse la democrazia borghese, con tutto il suo portato di ipocrisia (quella che comincia con l’operaio che è libero perché vende la sua forza-lavoro, per intenderci), ma credo sia venuta l’ora di smascherarla per quello che è. Non che io stia dicendo una cosa mai sentita sia ben chiaro, ma penso di stare dicendo una cosa che non diciamo più da troppo tempo. Questa democrazia è il fondamento dell’ipocrisia sulla base della quale ci beviamo che il sistema democratico è fatto così, è un “libero” conflitto fra le parti in gioco, e votare è da parte nostra l’atto con il quale lo riconosciamo. Ma sotto sotto sappiamo benissimo che non è così, perché alla base di questa dinamica c’è il medesimo intento fra le due parti, dunque solo apparentemente opposte: tutelare questo sistema, tutelare la forma-Stato così come nata dalle rivoluzioni borghesi del 7-800. Ovvero quella che ha permesso l‘istituzionalizzazione del sistema capitalista e sancito l’organizzazione della società in classi.
Una società dove il più forte vince, per lo più perché più ricco, più influente, con la sua rete di amici, alleati, complici o sotto ricatto per questioni di mercato, affari e finanza. E dove questi tre elementi non influiscono, parlano le armi. Punto. Con buona pace del nostro articolo 11 e della possibilità che organizzazioni internazionali promuovano la pace e la giustizia fra le nazioni.
E’ ininfluente l’Onu, lo è la Corte Penale Internazionale, lo è la Corte Internazionale di Giustizia, è disattesa la nostra Costituzione. Mi pare più che evidente la necessità, anzi direi l’urgenza, di una trasformazione radicale del pensiero stesso, per concepire un nuovo sistema. Non è più possibile osservarlo dando per scontato che ci saranno sempre un forte e un debole, perché dalla parte del forte si schiererà sempre chi ha gli stessi interessi, così come chi vuole protezione, o chi non si azzarda a criticare.
E dunque a cascata la questione riguarda il diritto, in un sistema irriformabile. Dobbiamo cominciare a chiamare il “diritto”, ancorché umano, con un altro nome. Perché diritto oggi significa giocare con dei bari, e significa dare per scontato che non sono mai acquisiti, che bisogna sempre lottare. E’ la carota davanti all’asino. Ormai è palese, dunque cerchiamo di esserne consapevoli. Si tratta di ripensare un sistema umano, non solo un diritto, per dire una volta per tutte che quelli che finora abbiamo chiamato “diritti umani”, diritti fondamentali, diritti basilari, sono istitutiti una volta per tutte. Sono basi irremovibili.
Questo significa affrontare una questione sostanziale, ovvero come è stata scritta la storia e come intendiamo riscriverla. E’ stata scritta come storia di lotte di classe, di vincitori e vinti, di potere e asservimento come un assunto che non ha bisogno di spiegazioni, è così e basta. Ora siamo ad una svolta epocale: quello che sta succedendo a Gaza, in Palestina, in Iran, le guerre del ventesimo secolo, le colonizzazioni, dall’America in poi con i conseguenti genocidi, devono finire. Non solo nel senso auspicabile, ovviamente, intendo nel senso di trasformare radicalmente la concezione del potere, finora basata sulla sopraffazione dell’altro. Dobbiamo cancellarla dal dna dell’uomo, ancora primitiva, basata sulla sua visione della sopravvivenza nella giungla, e rifondare l’Umanità prendendo atto di quanta terra, ricchezza, possibilità abbiamo solo condividendole. Dobbiamo riscrivere la Storia attraverso la “visione dei vinti”, quella di popoli che hanno vissuto creando comunità, condivisione, cura. Ed è a questo sistema che dobbiamo dare la forza di affermarsi.

