Attrice, autrice e regista teatrale, scrittrice e giornalista.

CARMEN, secondo l’Orchestra di Piazza Vittorio

Anna Maria Bruni

carmen2

Liberatoria. Questa è la parola che meglio definisce la Carmen dell’Orchestra di Piazza Vittorio. Spogliata del dramma tanto da rendere privo di pathos l’acme tragico dell’uccisione della proverbiale stragista di cuori, rompe tutti i clichét che l’opera originale condensa, mettendoli alla berlina senza per questo far ricorso al cinismo.

Al contrario l’arma più usata è l’intelligenza, che intrecciata alle straordinarie doti musicali, alla conoscenza delle tante tradizioni su cui si fonda l’Orchestra e alla semplicità con la quale tutte queste doti vengono usate in scena, produce un risultato benefico.

La definizione porta ad aggiungere alla semplicità la tolleranza, proprio quella necessaria per accettarsi fra diversi, scoprendo quale ricchezza possa produrre l’incontro fra culture geograficamente distanti. Un patrimonio dell’Orchestra che diventa la cifra di questa Carmen, capace di raccontare le scelte dei personaggi, diverse all’estremo, senza giudicarne nessuna. Semmai al contrario sorridendone.

Un tratto che comincia dall’uso di lingue diverse, per dire cose diverse. Il francese, con il quale esprimere i chiaroscuri del desiderio, il brasiliano, per dire il candore del sentimento, l’arabo, per riempire l’aria di voluttà, per l’appunto impossibile da imprigionare. Altri clichét? No, perché la differenza sta tra la pretesa di fissare l’universo di una persona in un carattere, e il riconoscimento di una sintesi che affonda le radici in una storia millenaria, e perché né José né Escamillo hanno il fisic du role che pretenderembbe la parte. Anzi.

Così Carmen canta in francese, e i due amanti l’uno in brasiliano e l’altro in arabo, ed è così che la musica di Mario Tronco, regista e autore oltreché fondatore dell’ensamble, insieme a Leandro Piccioni, è stata arrangiata rispettandone l’ossatura eppure rendendola incredibilmente moderna, riempiendola di echi dei più diversi stili, dal reggae al jazz passando per le vocalizzazioni tipiche del canto arabo.

Ed è così che la lingua si fa atmosfera, suggestione, tessuto connettivo, fino a incarnarsi nei personaggi, descrivendone passioni e pochezze, seppure con grande benevolenza, senza mai renderli ridicoli. E la scenografia interviene a precisare il quadro: ricca, densa e perciò capace di evocare la passione, insieme alla semplicità un po’ sgarrupata della strada, sfrutta i più diversi espedienti per ironizzare lì dove l’opera suggerisce il dramma. E’ così che Josè e Micaela vengono racchiusi in un cerchio luminoso con sfondo di montagne, come da souvenir della Madonnina di Lourdes, ed è così che lo stereo di una macchina segnalatoci da una semplice portiera gialla ci racconta fatti e misfatti dell’accaduto, con le più diverse ipotesi su ciò che sta per avvenire, in un dialogo sottovoce fra due esplicitamente intenti a fare gossip.

E sopra tutto ciò, a firmare la serietà del lavoro, la grandezza di questa ensemble e la professionalità di tutti gli elementi, le voci. Tutte splendide, dai toni scuri di Carmen/Mama Marjas, a quelli più alti del suo alter-ego Hersi Matmuja insieme al suo amato Dario Ciotoli, splendido tenore, dalla limpidezza del suono di Micaela/Elsa Birgé, alla voce flamenca di Zunica/Carlos Paz, dalla semplicità di Don José/Evandro Dos Reis, al suono cantato di Escamillo/Houcine Ataa. A completare il quadro le danze di Ashai Lombardo Arop, Totti Ovidiu, Adam Iodzef, capaci di fondere echi zigani, indiani e berberi con la naturalità dei grandi. Il segno distintivo dell’Orchestra.

Share on facebook
Facebook
Share on google
Google+
Share on twitter
Twitter
Share on linkedin
LinkedIn

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Follow me on Twitter
Ultimi eventi
Prossimi eventi