Attrice, autrice e regista teatrale, scrittrice e giornalista.

Il pil del “mondo nuovo”: l’immaginazione a profitto

Anna Maria Bruni
Aldous Huxley - Brave New World
Aldous Huxley – Brave New World

Probabilmente nel tentativo di aprire alla produzione della conoscenza, girando così la boa del ’900 nel quale la produzione di fabbrica aveva raggiunto il suo apice ed aveva portato per una breve stagione crescita, progresso ed espansione del benessere insieme ai diritti del lavoro, il premio Nobel per l’economia Stiglitz nel 2009 presentava al presidente francese Sarkozy un documento contro il pil come unico termometro di crescita di un paese, misurabile appunto solo attraverso le ricadute in termini di profitto dei beni materiali prodotti dal paese stesso. In quello studio, titolato “The Way Out of the Crisis and a Building of a More Cohesive World”,  il premio Nobel, accresciuta la sua sensibilità verso l’elaborazione emersa dai forum sociali mondiali e da quanto le figure di riferimento sono andate maturando intorno ai danni dell’economia capitalista e poi alla crisi provocata dalla finanziarizzazione, insieme a Jean-Paul Fitoussy, altro celebre economista fortemente critico verso le magnifiche sorti e progressive di questo modello di sviluppo, introduceva l’idea che del prodotto interno lordo dovesse essere parte integrante molto di ciò che il lavoro cognitivo va producendo.

Da allora si cominciò a parlare di “bil”, benessere interno lordo, ragionando su quanto del nostro arricchimento spirituale e intellettuale dovesse pesare sulla bilancia in termini di investimento: tanto più le persone stanno bene, accrescono le loro conoscenze, danno spazio ai loro interessi, al riposo, e alla cura delle relazioni affettive, tanto più tutto questo ritornerà in termini di maggiore applicazione nel lavoro, concentrazione e produzione creativa. Perché è noto che l’essere umano, quando ha garantite sicurezza e protezione, è in grado di andare oltre le possibilità. Un elemento che fa gioco alla crescita complessiva di un paese, e a quella specifica del lavoro, del quale però ci si dimentica quando la “flessibilità” torna utile per arricchire  pochi sulla pelle degli altri. Allora la  competitività diventa la spinta propulsiva, nonostante sia noto che persino le galline, se accompagnate dalla musica, fanno più uova e le vacche producono più latte. Mancano i test sugli esseri umani.

A meno che la via d’uscita dalla crisi non si riveli proprio questa: trasformare il mondo conosciuto in un grande laboratorio a test h 24, una prigione a cielo aperto dove qualsiasi cosa un essere umano voglia fare sia posta al vaglio delle analisi di mercato, selezionata in base alle sue capacità di accrescimento del pil e assegnata per essere “espletata”, o viceversa negata. Questa strada è platealmente aperta da noi dai controlli sempre più stringenti che l’Agenzia delle Entrate può operare sulle nostre vite, e il nostro esame costante sarà quello del “pareggio di bilancio” personale o al più familiare, pena l’obbligo di rendere conto al Grande Fratello, che si tradurrà sicuramente in una insostenibile produzione di carte, in un labirinto burocratico insopportabile, al quale sarà possibile porre fine esclusivamente pagando un dazio, che in base ai conti dell’Occhio Indagatore sarà corrispondente a quanto dovuto relativamente al disavanzo prodotto, e di certo molto salato perché ingrossato da multe e sanzioni.

Ma l’era della Gaia Finanza ha fatto passi da gigante in poco tempo, come si sa, ed elaborando l’idea di Stiglitz e Fitoussy, il Bureau of Economic Analysis marca USA presenterà il documento di analisi statistiche del prodotto interno lordo nel quale per la prima volta entreranno a far parte creatività, ricerca e innovazione. L’idea, salutata dal Business Week come la golden gate per entrare “finalmente” nel XXI secolo, è stata studiata, e per l’appunto in base alle analisi di mercato entrano dalla porta principale le produzioni culturali a lungo termine, mentre ne restano fuori quelle di rapido decadimento. In base a questa divisione scrivere un libro fa ricchezza mentre scrivere un articolo neanche a parlarne, o nell’ambito della tv, sempre stando agli esempi, produrre soap opera è la carta vincente mentre non funzionano i reality show.

La svolta apparentemente sottile ma epocale è questa: che il Paese dell’industria cinematografica che ha prodotto profitti straordinari per quasi un secolo, il Paese del Quarto e del Quinto potere, il paese della Nasa e del primo Uomo sulla Luna,  l’impero della produzione culturale e della ricerca scientifica oggi immola sull’altare del pil l’immaginario che Hollywood può produrre. Quel che ancora non era stato quantificato e mercificato, entra invece a far parte di questa misurazione, stringendo sempre più la morsa di una società che invece di diventare “a misura d’uomo”, fa del denaro la misura di tutte le cose. “Non possiamo misurare il successo di un Paese sulla base del suo prodotto interno lordo.”, disse Kennedy agli studenti  di un campus del Kansas, “il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità dell’educazione o della gioia dei momenti di svago. Non comprende la bellezza della poesia”. Era il 18 marzo del 1968. In America le rivolte degli studenti erano cominciate da almeno quattro anni, e quell’anno arrivarono in Francia e poi in Italia.

Era una rivoluzione contro il sistema, strutturale, per essere liberi e ridare un senso all’umano rompendo e superando le categorie economiche che tentavano di imbrigliare tutto. Lo stesso Kennedy nel suo discorso denunciava quanto delle nostre vite non può essere conteggiato né conteggiabile nel pil. Quella era la via d’uscita da un sistema economico intollerabile, e l’“immaginazione al potere” era l’urlo che strappava in mille pezzi la “tigre di carta”, restituendo alla vita la sua dimensione umana, fraterna, fatta di tempi dettati da visioni e bisogni comuni.

Era il bisogno di liberare la possibilità di immaginare contro la censura dell’ordine costituito e l’autocensura del conformismo. L’immaginazione non poteva essere imbrigliata, quella era la possibilità di prefigurare un mondo diverso, e l’utopia era il suo orizzonte, nitido e visibile proprio perché fuori da qualsiasi schema, conta o mercificazione. Anzi contro di essa si diceva “fermate il mondo, voglio scendere”. Quello era il potere dell’immaginazione, che oggi viene risucchiato nel buco nero della ragioneria di Stato per essere quantificato in funzione della sua capacità di produrre profitto, mentre lavora a consolidare la nostra precarietà, perché la nostra immaginazione entri in funzione solo a pagamento.

25 agosto 2014

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