Mysteries and smaller pieces

Durante lo spettacolo, e con Gary Brakett in chiusura

Una conversazione con Gary Brackett sul fare comunità, dopo lo spettacolo.

Living Theatre, o dell’ontologia della prassi

di Anna Maria Bruni (Liberazione, 7 Dicembre 2007)

“Nei Mysteries non abbiamo più ruoli ma siamo noi stessi; si aprono le porte ad una tecnica sovversiva”. Così il Living Theatre presentava Mysteries and Smaller Pieces, che esplodeva sulla scena di Parigi nel 1964 scuotendo il pubblico dalla passività delle proprie comode poltrone fino a quel momento tautologicamente separate dallo spazio dell’azione.

Gli attori si lasciavano attraversare, senza la mediazione di una storia né la finzione del personaggio, dal dolore e dalle tragedie della guerra, della morte, della miseria, dello sfruttamento, e in uno spazio senza più limiti definiti mettevano gli spettatori in condizione di vivere la stessa esperienza. Il Living creava così le premesse con le quali avrebbe portato il teatro fuori dagli edifici protettivi e privilegiati, nelle strade, nelle fabbriche, nelle prigioni, negli ospedali psichiatrici, nelle favelas, ovunque vi fosse povertà, disperazione, disadattamento, emarginazione, contaminando mezzo e messaggio e lasciandosi contaminare come comunità, praticando per più di vent’anni il messaggio di liberazione che ha lanciato. E oggi?

Ne parliamo con Gary Brackett, attore, regista e General Manager del Living Theatre, in Italia per tenere laboratori sul lavoro del Living, dopo l’ultimo spettacolo messo in scena a Carrara, appunto Mysteries and smaller pieces.

Classe 1960, Gary Brackett collabora stabilmente con il Living Theatre dal 1989, anno in cui il Living si stabilisce in Italia, per rimanervi fino al 1994. Attualmente vive a NYC dove con Judith Malina ha aperto il nuovo spazio-teatro nell’aprile del 2006, inaugurando la stagione con lo storico spettacolo The Brig, di Kenneth H. Brown, diretto da Judith Malina. The Brig è stato poi portato nelle strade della ‘Big Apple’ il 4 luglio di quest’anno, precisamente a Ground 0, come forma di protesta contro la guerra in Iraq e la prigione di Guantanamo.

Perché allora questo tornare continuamente in Italia? Cosa stai cercando di fare?

Sto seminando…

Ed in effetti in questi ultimi due mesi ha continuato a ‘seminare’ in diverse città. A Napoli, Bari, Udine, in questi giorni al Forte Prenestino di Roma, ovunque vi sia disponibilità a ricreare un gruppo, rinasce un fecondo laboratorio creativo per portare in scena uno spettacolo del Living. Nelle strade di Ancona con Resist now contro la globalizzazione dello sfruttamento e della miseria, a Carrara, con venticinque elementi messi insieme da Augusto Ciprani, attore e collaboratore di Gary Brackett, e questa settimana a Roma, in una piazza di San Lorenzo.

Ma oggi è molto più difficile fare in modo che un’esperienza collettiva si radichi; qual è la tua esperienza da questo punto di vista?

Che c’è molto entusiasmo, se ne parla, e poi magari non succede niente. E’ successo a Napoli, a Bologna. Probabilmente dipende anche dal momento personale di ciascuno, e d’altra parte in Italia ci vogliono tre anni per ottenere i fondi. E’ difficile avviare un progetto in questo modo.

Le difficoltà esterne quindi influiscono sulla disgregazione di un gruppo. Ma come è stato possibile secondo te far vivere più di vent’anni l’esperienza Living, durante gli anni ’60 e ‘70, su quali leve ha fatto forza e si è cementata?

Il Living ha avuto come tessuto connettivo i fondamenti dell’anarchia, della non violenza, e ha messo in pratica tutto il possibile lavorando in strada; questo è stato il cemento più forte. Nel periodo delle favelas a San Paolo hanno vissuto collettivamente, in quartieri dove lo Stato era completamente assente, incontrando un mondo di persone assolutamente emarginate, e senza soldi hanno inventato Sette meditazioni sul sadomasochismo politico, basato sul conflitto dominante-sottomesso che informa tutte le relazioni sociali, lo Stato, la guerra, il denaro, la proprietà privata, l’amore sadomasochistico, le relazioni familiari. Lanciando un messaggio di liberazione dalla nostra dipendenza, con lo spettacolo e come comunità libera.

In sostanza il Living ha ‘praticato l’obiettivo’. Oggi queste premesse ci sono, secondo te?

Da parte mia senz’altro. E qui si verificano esperienze valide, brevi o lunghe non importa. Julian diceva che non siamo liberi finché non saremo tutti liberi, però possiamo essere liberi creando le strutture che ci aiutano a vivere in modo più aderente a quello che siamo e crediamo, anche se si tratta di un fatto temporaneo, è comunque indispensabile, perché contrasta la rovina a cui ci sta portando il sistema capitalistico. Negli anni ’60 c’era un’esplosione di comunità, mentre oggi non c’è condivisione. La proprietà privata è l’unico modello che abbiamo, la famiglia nucleare è l’unica possibilità, ogni individuo vive da solo, ognuno con il suo affitto da pagare. Allora avere una comunità economicamente autonoma è una risposta.

Torniamo un attimo al periodo in cui siete stati qui in Italia, in Piemonte. Raccontaci come è andata quell’esperienza, come ha funzionato in quel periodo e perché è finita.

E’ andata che abbiamo avuto fondi per ristrutturare la sede dalla Comunità europea, dalla provincia di Alessandria e dal Comune di Rocchetta Ligure. Ma poi non abbiamo avuto fondi come associazione teatrale, il centro-sinistra ha storto il naso sul nostro lavoro e ha chiuso il rubinetto.

Che anno era?

Il 2004.

Pensi che il messaggio politico che portavate abbia influito nella ‘chiusura dei rubinetti’?

Sì, sembrava imbarazzante quello che pensavamo di creare, in quel momento almeno.

E ora credi ci sia la possibilità di impiantare una nuova ‘casa Living’ a Carrara, oppure a Roma?

E’ ancora presto per parlarne.

Ma in ogni caso tu credi nella possibilità di far nascere un nuovo gruppo in Italia.

Assolutamente.

Praticare il messaggio, fare comunità come antidoto alla necessità economica provocata dal capitalismo. Alla dipendenza, appunto.

 

* E’ la coordinatrice editoriale del sito web del Prc; attrice, ha lavorato con Gary Brackett in Mysteries and smaller pieces e con Cathy Marchand in Archeologia del sonno.

 

 

 

 

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