Attrice, autrice e regista teatrale, scrittrice e giornalista.

Non c’è cambiamento senza pensiero. Angels in America al Valle

Anna Maria Bruni

Avvincente visione allo specchio della desertificazione dei rapporti. Tratto dal testo di Tony Kushner, premio Pulitzer 1993, la straordinaria messa in scena di Ferdinando Bruni e Elio de Capitani con la compagnia Elfo/Teatridithalia restituisce tutta la drammaticità del momento

Un momento dello spettacolo
Un momento dello spettacolo

 

E’ il pozzo nero di Alice quello nel quale ci precipitano questi Angels in America. Noi crediamo di essere entrati al Teatro Valle, una sera, per sederci in platea a gustare uno spettacolo, e per un attimo, all’inizio, crediamo “di vedere”. Ma è solo “l’ultimo bolscevico”, un’immagine fra un untore e un flagellante, ed è solo l’annuncio del crollo. Il crollo dell’alter-ego dell’Occidente, e con esso della sua identità, e i suoi confini, i suoi limiti, le sue fragilità che indissolubilmente gli appartengono esplodono, catapultandoci dentro una crisi epocale, che è prima di tutto travaglio degli esseri umani e delle loro relazioni. Ed ecco che dunque vediamo crollare, o meglio veniamo crollati, catapultati, calamitati dentro le nostre fragilità, insieme alle ipocrisie, ai perbenismi, maschere della corruzione morale, annaspando nel bisogno di ritrovarci fino a rinascere, connotando le nostre relazioni umane di accenti più veri.

Ambientato nell’America reaganiana, lo spettacolo di Ferdinando Bruni e Elio de Capitani, premio ‘Olimpici del teatro’ nel settembre 2008, tratto dall’altrettanto premiato testo di Tony Kushner con il Pulitzer nel 1993, è un affresco impietoso di quegli anni, dominati – con il crollo dell’Urss – dal crollo dei valori e dalle sempre più devastanti incertezze sul futuro e su una crescente incapacità di ridefinirsi, in una società segnata da una crisi di senso della politica, sempre meno capace perciò di ridefinire il senso della comunità. Nulla di più attuale dunque, se non fosse per la nota portante del testo, l’Aids, pandemia di quegli anni. Ma è solo questo, non l’omosessualità, anche se indissolubilmente legata alla malattia. Non per negare un argomento che in America ha trovato una sponda capace di portarlo alla ribalta in tutta la sua profondità, prima di tutto proprio attraverso una eccellente filmografia, ma perché in tutta evidenza quella crisi verticale di rapporti, quell’incapacità di comunicazione, ci attraversa tutti come esseri umani. Etero, omosex o bisex, non è proprio questo il punto.

E se lo è, allora è uno strike sull’incapacità di andare a fondo nelle relazioni. Che gli attori – tutti – restituiscono in modo mirabile, dentro una scena simbolicamente nuda come lo è la desertificazione dei rapporti, punteggiata da magistrali quanto scarni cambi di arredi accompagnati da immagini visionarie proiettate sui muri spogli. Elio de Capitani, straordinario nelle vesti di Roy Cohn, potente e corrotto avvocato condannato dall’Aids, e il suo infermiere Belize, un Fabrizio Matteini assolutamente all’altezza tanto da regalarci insieme battibecchi memorabili. Il bravissimo Edoardo Ribatto, nelle vesti di Prior, anche lui minato dall’Aids e per di più vigliaccamente abbandonato dal suo compagno Luiss, interpretato da Umberto Petranca, che cerca consolazione tra le braccia di un giovane quanto ipocrita avvocato, Joe-Cristian Giammarini, marito fintamente esemplare di una giovane depressa imbottita di psicofarmaci, Harper, interpretata dalla brava Elena Russo Arman.

Figure trasversali sono la moglie di Chon, Ethel Rosemberg, da lui uccisa e tornata dall’aldilà come angelo vendicatore, Cristina Crippa, che mostra grande versatilità interpretando anche il medico di Roy, Ida Marinelli, meritatissimo premio Ubu 2010 come attrice non protagonista, nei panni di Hannah Pitt, madre mormone di Joe. Una donna capace lungo il percorso di abbandonare le rigidità moralistiche per cedere il passo al bisogno di Prior di non sentirsi abbandonato, e straordinaria anche nei panni dell’ultimo bolscevico, che all’inizio dello spettacolo mette a tema le coordinate: le possibilità del cambiamento, subordinate alla necessità di una teoria. “Voi indicatemi una teoria, e io salirò sulle barricate”, “mostratemi le parole che riordineranno il mondo, altrimenti tacete”. Ma le parole che riordinano sono disordinate, eppure ineludibili, come la vita che anela Prior e che l’Angelo a cui dà corpo e voce con grande presenza Sara Borsarelli gli concede, regalandoci un risveglio che sa di normalità. Quella vera però, fatta del “niente sarà più come prima”. Allora sappiamo che quell’annuncio iniziale del crollo è un memento che ci può consentire di ripartire. Perché è da lì, e solo da lì, che può prendere corpo la “Perestrojka” che dà nome a questa seconda parte di Angels: la “ricostruzione”.

Ultima replica domenica 20 dalle 16 in poi al Teatro Valle, dove andrà in scena anche Si avvicina il millennio, la prima parte che compone l’intero dittico. Per sette ore di vita, più che di stazionamento in teatro. Da non perdere.

MicroMega.org, 19 Febbraio 2011

 

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