Attrice, autrice e regista teatrale, scrittrice e giornalista.

Remake the Globe, l’intelligenza collettiva in azione

posa-generale Globe
Anna Maria Bruni

E’ un bombardamento di idee, suggestioni, urgenze, questioni da discutere. Perché la pandemia è stata come il vaso di Pandora: una volta scoperchiato si sono sprigionati i drammi che da anni attanagliano il mondo del lavoro dello spettacolo dal vivo, ma che riguardano tutto il mondo del lavoro precarizzato.

Un tema sostanziale alla base di tutte le problematiche che si stanno discutendo al Globe da ieri mattina, dopo la prima giornata di organizzazione e assemblea cittadina in streaming in modo da allargare la partecipazione e la diffusione delle questioni che hanno portato all’occupazione: un anno di totale fermata del lavoro attivo, al quale corrisponde un anno di totale indifferenza alle richieste di ascolto da parte dei ministeri della cultura e del lavoro.

Ma questa volta non è stato così: il clamore suscitato dall’occupazione di Roma ha smosso tutta la stampa, e di conseguenza stanato il ministro Franceschini, che non ha potuto esimersi dall’essere presente.

Non solo: dopo il suo intervento, all’ennesima, reiterata, richiesta di un tavolo interministeriale, ha dato l’appuntamento: giovedi 22 aprile, insieme al ministro del lavoro Orlando si terrà l’incontro.

Ma naturalmente tutto questo si svolge nell’alveo di questo sistema, per un ministro, perciò se i bonus non sono la misura cercherà di trovare qualcosa di meglio, se mancano i contributi ora ci saranno ancorché figurativi, eccetera eccetera.

Il punto però è che noi non la vediamo così: non si tratta di ottenere “migliorie”, perché questo sistema ormai ha mostrato la corda, e l’ha mostrata da troppo tempo per non ridiscutere la sua organizzazione alla base. E per farlo è necessario che i punti cardine che riunificano e ridisegnano l’intero mondo del lavoro siano scolpiti nella pietra, e messi di fronte al governo.

Ma il cambiamento non può riguardare solamente il sistema economico, perché è la cultura sul quale si innesta che deve cambiare: la cultura del senso di colpa, del sentirsi sempre in debito, dell’accettare quella morale che fa lavorare anche 15 ore al giorno a testa bassa per guadagnare briciole, che fa credere di doversi accontentare senza neanche lamentarsi perché “ringrazia che ti fanno lavorare” e infine, soprattutto, che ti fa credere che “tanto è così“. E se non ci credi e non accetti tutto questo, allora non hai collocazione in questo mondo.

No. E’ venuto il momento di spalancare le porte della mente dell’immaginazione e del desiderio, è venuto il momento di riconoscerci persone prima che lavoratori, è venuto il momento di dire che siamo liber_ e che questo significa rimettere in fila tutti i presupposti costituitivi di un diritto che appartiere a tutt_ noi come persone e come esseri umani.

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