Attrice, autrice e regista teatrale, scrittrice e giornalista.

Se questo è un uomo. O della democrazia occidentale

Anna Maria Bruni

Dopo i caotici giorni che hanno preceduto le feste, attraversati con la pressione a mille per smaltire impegni e ultimare lavoro, finalmente un po’ di relax consente persino di ultimare la lettura dei giornali del giorno prima, alla faccia dei giorni feriali in cui si riesce giusto a leggere i titoli del quotidiano del giorno. E’ così che leggere un giornale arretrato diventa un rito. Perché il timing del web invecchia la notizia del giorno ma al tempo stesso le dona il gusto del distacco e della riflessione. E da questa nuova angolatura se ne scoprono invece altre, alle quali non è permesso invecchiare.

Edvard Munch - L'Urlo
Edvard Munch – L’Urlo

Si trovano da pagina 20 in poi, in genere. Come quella del Corriere della sera di domenica 23. L’antivigilia. Titolo: Cecchino spara sulla gente. Un poliziotto lo uccide”. Cecchino… primo pensiero, ‘Newport non è così lontana’. Scendo al sottotitolo: “Raptus di un disoccupato che temeva il sequestro dell’auto”. Ah, ecco, già la cosa cambia aspetto: mi si aggriccia la pelle all’idea di come questo giornale riporterà i fatti.

Il dramma è successo a Gela la sera del venerdì precedente. Si trattava di Giuseppe Licata, 42 anni, “angosciato dalla mancanza di lavoro, senza quattrini per pagare l’assicurazione, tormentato dalla paura di avere sequestrata la macchina”, recita l’articolo. ‘Indubbiamente, un disoccupato per cercare lavoro ne ha più bisogno di uno che lavora’, penso – e continuo a leggere: un’arma con permesso, e “1.500 cartucce” – scrive l’articolista, fidandosi della versione dei carabinieri, dal momento che quelle “1.500 cartucce” non sono citate tra virgolette con la fonte accanto, sono parte integrante del periodo del secondo capoverso.

Ma questa è la piega che prende il “resoconto dei fatti” del Corriere della Sera: Licata era da tempo in cura da uno psichiatra, venerdì era stato accompagnato in ospedale perché soffriva di raptus, i medici avevano consigliato di trattenerlo, ma lui come una furia era voluto andare via, tornato a casa sembrava rasserenato, invece poi ha imbracciato il fucile da caccia Beretta calibro 12 – regolarmente denunciato perché ottenuto con certificato di sana e robusta costituzione.

L’attenzione, dal fatto oggetto della notizia – un uomo disoccupato ucciso dalla forze dell’ordine – viene spostata  sulle conseguenze del fatto. Con un rosario di giustificazioni, inanellate sulle cause precedenti la tragedia, tese a costruire una figura sostanzialmente instabile. Un’amena lettura sapientemente guidata per esclamare in coro quasi a farle da contrappunto: ‘ma chi gli ha rilasciato quel certificato???’, ‘ma chi gli ha dato il porto d’armi???’ per poi riprendere a leggere scuotendo la testa, attenti ormai unicamente ai passi che confermano la convinzione già formulata nella mente, che troverà il suo climax nella conclusione dell’articolo: il commissario sgattaiolava tra i 50 poliziotti pronti a sparare pur di cercare il dialogo, ma per tutta risposta riceveva spari sulla porta, poi ancora spari dal balcone, finché un agente veniva colpito e finiva con un proiettile “conficcato nel cranio” (ma operato d’urgenza, non subirà conseguenze). “Drammatico epilogo che, assicura il questore Filippo Nicastro, avrebbe potuto avere – citiamo testualmente – un bilancio ancora più alto. Amara considerazione di chi adesso deve capire come sia stato possibile rilasciare e mantenere licenze a un cacciatore in cura dallo psichiatra”.

Un po’ come dire che l’estensore dell’articolo non è un giornalista ma un pennivendolo al servizio della questura.

Era il 26 dicembre 2012, ma come dicevo all’inizio vale la pena ricordare. Soprattutto per Giuseppe Licata, un altro morto a causa del lavoro.

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