Smaschera XVI, per guardarsi in faccia davvero

Forse per essere stata organizzata senza grande preavviso, la rassegna che si è svolta al Teatro degli Impavidi di Sarzana dal 18 al 21 maggio ha avuto il merito di diventare un ambito di confronto fra artisti, stili, e urgenze personali.

“Ce n’est qu’un debut” potrei dire, parafrasando il motto del maggio francese, visto che proprio a maggio siamo e le celebrazioni del ’68 si sprecano. Ma io non intendo commemorare nulla, piuttosto mettere legna al fuoco di una passione vitale che si rinnova quando ha modo di manifestarsi incontrando simili.

E’ il caso della rassegna di Sarzana dove ho portato il mio Marilyn’blues. Affidata a Toni Garbini del Teatro Ocra all’ultimo momento e organizzata sulle forze e senza sostegno, Smaschera ha avuto il merito di mettere a disposizione uno spazio per consentire a noi artisti di incontrarci, guardare i lavori gli uni degli altri, ascoltarci, confrontarci.

Certo un inizio, appunto, ancora con qualche timore di schiettezza – l’ambiente si sa, è quello della diplomazia fatta complimento – ma un primo passo c’è stato. E dal mio punto di vista ha un grande valore. Perché abbiamo bisogno di unire forze e intelligenze per tutelare il nostro lavoro e dare vita a battaglie vincenti per ottenere luoghi, occasioni e fondi, e perché in una fase di cambiamenti epocali come quella che stiamo attraversando con il nuovo secolo molto può essere determinato da un confronto fervido su urgenze, obiettivi, visioni, scopi del teatro per ciascuno di noi.

Ridando all’Utopia la sostanza che davvero 40 anni fa aveva questa parola, e per molto tempo ancora ha avuto: non quella di sogno irrealizzabile, ma possibilità concreta di guardare avanti, ad un orizzonte pieno di potenzialità, continuando a “camminare domandando”. Il teatro e tutti noi artisti tenuti svegli dall’inquietudine questo stiamo facendo. Dobbiamo moltiplicare le opportunità come Smaschera, con la forza e la passione che ci contraddistinguono.

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