Tamimi, ci sono donne e donne. E uomini ancora figli.

Nel giorno della polemica sull’appello contro #metoo firmato da Catherine Deneuve e altre cento donne su Le Monde, diventa virale e ben più potente la storia di Ahed Tamimi. E ci ricorda da che parte stiamo, lanciando la domanda agli uomini e alle donne che ancora si perdono nei distinguo.

“Ho provato a tornare a vivere diversificando ciò che è aiuto, conforto, piacere, gioia, dai lati che nascondono, tenendomene a distanza. E ho ritrovato il piacere di vivere, il gusto del piacere, dopo un troppo lungo periodo in cui avevo dovuto portare solo pesi e incontrato indifferenza. Fra tutti, il peso più insopportabile”.

“E finalmente, giorni in cui si torna a ridere, giorni illuminati dal sole, giorni col sorriso sulla faccia e la gentilezza nelle mani. Finalmente, respirare. E dire a me stessa che trovare la strada per apprezzare il bello e il buono, mitigando con più clemenza e benevolenza limiti e mancanze di chi ancora non ha trovato la svolta nella sua strada di emancipazione, consente di convivere e condividere, piuttosto che aprire conflitti destinati alla sopraffazione”.

E’ un cuore aperto quello che mi parla, inducendomi a ricominciare a scrivere per dare voce al suo travaglio, alle sue speranze, alla voglia di amare di nuovo un uomo, e di essere di nuovo amata. E l’amarezza di trovarsi per l’ennesima volta di fronte al muro di una forma mentis che si dà inamovibile come la storia millenaria che la sorregge, granitica come il silenzio con cui lui risponde al suo dolore.

“Forse non ne potevo più – continua – forse la solitudine, forse l’ennesimo incontro con chi non capisce l’equilibrio nel conflitto – (e questo avrebbe già dovuto metterla in allarme)… – ora me lo chiedo, perché dopo giorni felici e pieni, in cui si è riusciti a respirare ogni attimo, ecco il dettaglio e tutto ciò che hai creduto di far funzionare si schianta addosso a un muro di una cultura impantanata nel vero senso della parola. Tra morchia e gusto della morchia, confusa con il privilegio, o pur di non cedere l’idea, del proprio privilegio. Perché poi di questo si tratta: dell’idea, non del privilegio in sé”.

“Perché di privilegio poco o nulla è rimasto, se non la propria autoconvinzione, retta da madri foraggiatrici di questa stessa cultura, e dall’ambiente, a cominciare dal lavoro, prettamente maschile.” La rabbia è tanta, e l’associazione è istintiva: “Improvvisamente capisco perché Bashar al-Assad è stato capace di sterminare il suo popolo e devastare il suo paese con tutto il patrimonio di storia, bellezza e umanità di secoli e con quello presente di umanità massacrata o esiliata. Una strage, pur di non cedere il potere”.

“Capisco perciò che non vi sono compromessi possibili, con chi non ha altro orizzonte che se stesso.”

Ma naturalmente chi genera odio siamo noi, conclude sarcastica, le “donne incazzate, che diventano femministe per ritorsione”. Non quel muro.

Ciò che la sconvolge è la capacità di riconoscere razionalmente la necessità di cambiamento nella relazione, e contemporaneamente continuare a comportarsi come nulla fosse, come se l’istinto non avesse nessun rapporto con la ragione.

Due donne a confronto. Ai poli opposti

E associarlo a sua madre. Perché anche sua madre è così. E nondimeno, anche suo fratello. O a Bashar al-Assad. O a Israele.

Con chi mai sarà possibile il riconoscimento dell’altro?

E come se non bastasse, oggi arriva l’appello delle “cento donne” capitanato da Catherine Deneuve, pubblicato dal quotidiano Le Monde. Altre persone incapaci di distinguere tra avances e insistenza, molestia, stalking. Donne. Come sua madre. Magari semplicemente perché non è mai capitato. A tutte e cento… viene da sorridere… o magari solo a lei. Non resta altro da fare che allungare la lista includendo un’altra persona incapace di immedesimazione. Certo da un’attrice tutto ci si aspetterebbe meno che questo.

Ma è un bagno di realtà. Amaro, ma è da qui che si parte. Come lo è la notizia di pochi giorni fa della nuova legge approvata dal parlamento turco che ratifica i matrimoni per le bambine di 9 anni. Con un’unica condizione: che possano già procreare.

E’ da qui che si parte. Con nel cuore, sottopelle, nella pancia, nelle vene l’iniezione di rabbia, forza, fede, commozione dovute a un’altra bambina. Ahed Tamimi.

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