Attrice, autrice e regista teatrale, scrittrice e giornalista.

Terni Festival, il Caos e il suo doppio

Anna Maria Bruni
Alex Cecchetti - Louvre
Alex Cecchetti – Louvre

Che cos’è questa sperimentazione che ancora si ripropone attraverso mille forme creative tranne quella del conflitto nella relazione? E’ questo che mi sono domandata attraversando il Terni Festival che si è tenuto dal 18 al 27 settembre al C.A.O.S., in piazza e in altri luoghi deputati. La domanda contiene in sé già il problema, dal momento che la parola “ancora” si oppone alla parola “creative”.

Perché la ricerca viaggia scavando nell’interiorità dell’individuo, e si rifiuta di tornare al dialogo tra personaggi, contestualizzato storicamente. Un esempio è il “Giulio Cesare. Pezzi staccati” di Romeo Castellucci, ma altrettanto è “Bright” di Christian Bakalov, “MDLSX” dei Motus tra le performance andate propriamente in scena, così come “A sangue freddo” di Silvia Costa, o “L’uomo che cammina” di Leonardo Delogu, Valerio Sirna e Hélène Gautier.

Ma anche la magnifica costruzione edificata in cartone, alta forse una ventina di metri, rappresentante una facciata con tre finestre ad arco, straordinariamente costruita, portata in piazza Tacito, al centro della città, per essere distrutta in un momento e gioiosamente massacrata a calci e calpestata dai presenti.

Costruzione_TerniFestival

C’è stato un momento in cui questa modalità di creazione ha avuto il merito di rompere con il teatro borghese, con il riproporsi stanco di autori noti senza alcuna ricerca di rinnovamento attraverso la scrittura di testi che parlassero della contemporaneità, ma al massimo cercando in quelli classici ciò che continua a parlare delle dinamiche della relazione, del conflitto di potere o con il potere, del sopruso o della volontà di riscatto.

Ma ora questa ricerca, che continua a indirizzarsi all’individuo mentre il mondo cambia e domanda con urgenza una messa in gioco diversa, possibile attraverso un’arte come quella del teatro, che più di altre, perché fatta da persone che attraverso la vita in scena possono “cogliere il momento”, interpella i limiti. La possibilità di estrinsecare e rappresentare le pulsioni interiori, le domande, le lacerazioni, le contraddizioni, i drammi e le emozioni continua ad essere un modo per liberarsi? Per cioè manifestarsi per come si è, per quel che si prova, in pubblico, di fronte agli altri, cercando la strada per trasformare il rapporto con la realtà tanto da non cedere più nulla di sé, tanto da non delegare più la scelta più piccola e quotidiana?

E’ un parte del tutto questa, ma l’altra faccia è l’introiezione della realtà soverchiante, che impone modelli economici che impoveriscono, e che nell’ambito del teatro permette ormai solo monologhi. E questo solo per dire dell’autocensura di partenza. Poi c’è l’altro aspetto dell’introiezione che riguarda la frantumazione sociale, la cui conseguenza è la fatica insostenibile, o la fulmineità, o la incapacità di sostenere le relazioni.

Ovvero di sostenere il conflitto. Che vuol dire capacità di tenere in tensione interessi opposti, modulandola tanto con l’armonia che quella tensione può arrivare a determinare, quanto con lo scontro, quando diventa necessario. Ma è la capacità di affrontare la verità, di mettersi in gioco, di rischiare, perché solo così è possibile determinare relazioni vere.

Quando questo non accade i passi indietro sono esponenziali, non hanno uguale proporzione. Senza accorgersene, ciò che si interpreta finisce per essere l’esistente, ovvero la realtà che il potere determina.

Inutile dire che vedendo crollare in un attimo quella magnifica edificazione nata dalla mente, dalle mani, dal lavoro dell’uomo viene in mente la distruzione del sito di Hatra, il tempio di Nimrud o quello di Palmira ad opera dell’Isis.

O al massimo il tormento che provoca, fino a fondersi nella propria creazione come a diventare un’istallazione, fino a diventare denuncia attraverso un atto autolesionista. Non il suo smascheramento. Quando non si affronta la realtà contestualizzata, l’uomo perde il senso di sé. Quando si comincia a tacere, si elevano i muri. Allora forse è arrivato il momento di riprendere la parola, e il teatro è l’occasione per rilanciare un atto di avanguardia. Con il coraggio della voglia di vivere.

29 settembre 2015

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