Spirale

NOTE DI REGIA

 

Il Laboratorio Teatrale ‘Spazio Libero’ presenta, a chiusura del suo secondo anno di corso, lo spettacolo ‘Spirale – parte prima: Il Limite e il Potere’, saggio dove si misurano insieme alcuni degli allievi di quest’anno con altri del corso precedente.

Questa messa in scena nasce dal montaggio tra improvvisazioni successive e lavoro sul personaggio, basato su testi prevalentemente contemporanei[1].

Il tema iniziale delle improvvisazioni è stato il dialogo tra Creonte e Antigone, dall’Antigone di Sofocle, che già il saggio finale dello scorso anno aveva cominciato ad affrontare. Ma le improvvisazioni hanno di bello l’imprevedibile: per ciascuno è cominciata una discesa in profondità che affrontava le più diverse reazioni umane: la disperazione, la follia, l’annullamento di sé, l’assassinio, l’alienazione, la resistenza ottusa, il ragionamento, il riconoscimento di sé, la liberazione.

Quale migliore definizione di percorso vitale?

Il gioco dell’oca, fatto appunto a spirale come il percorso personale e lo stesso percorso evolutivo dello spettacolo, né è perciò la struttura. Esso nasce intorno al 1650 come rappresentazione del percorso della vita – con i suoi ostacoli e i suoi ‘balzi in avanti’ rappresentati dalle oche, simbolo di conoscenza – fino alla meta finale: la conoscenza stessa o, per i suoi antesignani orientali, la consapevolezza di sé, cioè il rapporto liberato con se stessi, la ricomposizione.

Lo scontro con Creonte, che è parte integrante di questo processo poiché simbolizza una società le cui regole hanno priorità assoluta sull’uomo, è qui contenuto nelle reazioni personali prima che essere chiaramente enucleato: quello dunque era il materiale di questo primo spettacolo, l’inizio di un percorso evolutivo che andrà intrecciando percorsi personali con questioni più generali che appunto quello scontro pone, dando peraltro in questo modo un significato più ‘rotondo’ alla sorte, simbolizzata dai dadi.

Da ultimo aggiungo che con questa messa in scena avviamo un lavoro progressivo nella sua stessa strutturazione – sempre più legato cioè al montaggio delle improvvisazioni e sempre meno al testo scritto – volendo dimostrare quanta profondità e ricchezza vi siano nella memoria dell’uomo, una volta denudato di tutti i suoi orpelli e quale processo e occasione di riappropriazione possa verificarsi per gli attori come per gli spettatori. Per questo chiediamo al pubblico di non limitarsi alla ricerca della comprensione razionale, ma piuttosto di avere quella particolare apertura che è la percezione associativa – la stessa che vi offriamo con questa messa in scena.

 

 Anna Maria Bruni

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