La manifestazione a cui abbiamo dato vita sabato scorso è la testimonianza di una fetta di paese civile, più numerosa di quella dell’auditorium, accogliente, antirazzista, consapevole di quanto il fenomeno di chi emigra sia conseguenza di guerre, miseria, cambiamento climatico, persecuzione politica. Ma non bastano i numeri.
Non bastano perché queste stesse conseguenze sono patite nei nostri quartieri, nelle nostre città, e generano il risentimento delle periferie della nostra società. Un collante perfetto per la filosofia di Vannacci.
Semplificazione contro complessità, riscatto maschio contro frustrazione, risentimento condiviso e sfogato contro la solitudine dell’umiliazione, visibilità contro invisibilizzazione. Garantita dalla poltrona già agguantata con la Lega, trampolino di lancio di questa nuova avventura.
Un quadro che genera un dejà vù: squadracce impegnate in operazioni punitive, fieri della volgarità del linguaggio, forti della riguadagnata popolarità si agitano già seppure ancora relegate a fenomeni estemporanei. Ma che questo nascente partito rischi di condensare la furia manesca capace di uccidere, che la terribile fine di Willy Monteiro Duarte segnalava già sei anni fa, il rischio è enorme.
Dall’aggressione mortale ad opera di minori di Bakary Sako, 35 anni, arrivato dal Mali per lavorare nei campi pugliesi, 6 maggio, all’accoltellamento di Gianluca Ibarra Silvera alla stazione di Milano Certosa , 27 maggio, ai quattro pakistani bruciati vivi nella loro auto ad Amendolara per aver rivendicato i loro diritti, 2 giugno, al 17enne che uccide la zia per questioni di eredità, 13 giugno. Fatti che in un mese diventano esponenziali, raggrumando i ragazzi armati a scuola dei mesi precedenti, capaci di aggredire i loro coetanei se non addirittura i professori per uno sgarbo, in qualche caso difesi se non aiutati dai padri. E che in un anno si sono moltiplicati.
Sono fatti diversi fra loro per i motivi che li determinano, ma non per le cause.
E lo sono perché si verificano sul ciglio di un cambiamento epocale determinato dallo svuotamento del sistema democratico – ormai apparente reperto di un’altra epoca per le forze muscolari in campo – alimentato sempre più dalla retorica sulla sicurezza che sta invece attaccando il dissenso. Con conseguenze tragiche per i più giovani: è notizia di questi giorni il suicidio di due giovanissimi attivisti per la Palestina raggiunti da misure cautelari; al primo dei due il tribunale del riesame aveva confermato la misura restrittiva, e come ciliegina sulla torta dell’intento persecutorio di queste leggi il tribunale ha negato agli amici di partecipare al funerale.
Digressione ma non tanto, perché la repressione da parte del potere è direttamente proporzionale alla volontà di rinsaldare un sistema basato sulla divisione in classi, sullo sfruttamento dei deboli, sull’esclusione dei fragili, rinsaldata dalla lotta dei penultimi contro gli ultimi, distraendo dall’arricchimento armato di chi è già ricco e potente. E il cinismo e il sadismo che accompagnano queste scelte fanno da specchio alla brutalità del risentimento di chi le paga.
Il degrado della scuola, la crescente ignoranza – dovuta anche all’incomprensione dell’utilità dello studio come arricchimento personale e come generazione di lavoro soddisfacente sotto tutti i punti di vista – il degrado dei luoghi in cui si vive, una casa dignitosa, un ambiente pulito, spazi di socialità, la possibilità di curarsi, di invecchiare bene, di avere servizi, un’offerta culturale per tuttə, in sostanza una vita dignitosa (come dire l’attuazione dell’articolo 3 della Costituzione) non fanno che confermare i motivi dell’adesione a quello che a tutti gli effetti si profila anche qui come suprematismo bianco.
Che persino la presidente del consiglio conferma parlando di “patentino antifascista” riguardo alla richiesta di adesione da parte della fiera “Più libri più liberi” di un protocollo che banalmente, a leggere il testo, non fa che chiedere conferma dell’adesione ai valori costituzionali. Ma evidentemente spostare il problema su questioni ideologiche è il miglior modo per sviare l’attenzione dai problemi reali.
E alimentare il clima di odio, passando poi all’incasso. Per questo non bastano i numeri di un corteo, per quanto ben più ampio di quelli della sala dell’Auditorium della Conciliazione sabato scorso. Serve un’altra politica, capace di ricreare il tessuto connettivo di un’altra idea di società, dove soddisfazione dei bisogni e desideri siano tali da eliminare il disagio.
Struttura e organizzazione, intersezionalità e ricomposizione della politica che ci corrisponde: partire da sé, riconoscere il proprio posizionamento, tutelare le differenze come ricchezza, e l’autodeterminazione.
(Vedi anche i precedenti articoli su questo sito)

