Ieri sera ho visto “Naza”. E mi sono sentita sdoppiata: pietrificata, di fronte alla noncuranza con cui i militari Idf raccontano l’uso dell’algoritmo per l’assassinio mirato di civili con il chiaro obiettivo di radere al suolo Gaza, e con un gran bisogno di divincolarmi: dondolavo avanti e indietro sulla poltrona del cinema che mi sembrava scomodissima, in preda all’ansia di veder finire quello stillicidio e uscire dal cinema.
E poi è arrivata la messa a fuoco: non è sui soldati, ma sulla città. Non sui racconti, ma sulle immagini.
Quello che i militari descrivono è ciò che sapevamo: la precisa mappatura via satellite di ogni palazzo di Gaza, di ogni appartamento, di ogni componente di quella casa: quanti bambini, anziani, donne, mogli di appartenenti ad Hamas o meno, e l’uso del telefono cellulare – quello degli abitanti di quel sito – per sapere tutto di loro, dei loro spostamenti, di chi si sarebbe trovato lì e quando, e la decisione di colpire di notte, non di giorno, non in strada, puntando solo ad un singolo, no, di notte, sterminando tuttə. Perché questo è l’obiettivo dichiarato.
E che non importa, sono “NAZA”, effetti collaterali, non persone. E siccome hanno nomi, e hanno una storia, dopo lo sterminio il lavoro va completato bruciando tutto ciò che è appartenuto a loro: oggetti, libri, quaderni, fotografie, suppellettili; tutto ciò che racconta una storia, un vissuto.
Sapevamo tutto, come sapevamo del tiro al bersaglio sui bambini che oltrepassano una linea di confine di cui non sanno l’esistenza perché la vedono solo i militari sui loro schermi, non loro, o mentre corrono cercando di raggiungere un po’ di cibo. Altro che cecchini in gita in Bosnia, qui la cosa è proprio sistematica. Ma lo scandalo lo fanno i primi, non i secondi.
Così inquadro le immagini di Tel Aviv che raccontano gli appartamenti dove si svolge serenamente la vita di ogni giorno, il rientro a casa, lo sbraco sul divano, la cena, un buon libro, inframezzati da brandelli di news dei tg, o dalle dichiarazioni di Netanyahu dagli schermi dei loro televisori nelle loro case, e mi sale dallo stomaco al cervello come un rigurgido indigeribile quanto la vita possa andare avanti senza alcuna presa di coscienza, ma che dico, presa d’atto, di una realtà devastante a pochi chilometri da casa propria, dalla propria città.
E quanto questo ci riguardi tuttə, perché la distanza non è quella misurabile con il metro, è data dall’empatia o dall’indifferenza. E lì, a Tel Aviv, è come se Gaza fosse a una distanza siderale, o al massimo, Naza. Niente altro.
Sono proprio quelle immagini di vita quieta, serena, la cosa più devastante del film. Perché gli indifferenti sono loro, quelli che paradossalmente Primo Levi descrive nell’incipit di “Se questo è un uomo”:
“Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
(…)”
Non i soldati dietro gli schermi, che dicono di divertirsi come giocassero a un videogame, che sanno di dover radere al suolo Gaza, uccidere tutti, che dicono “di eseguire gli ordini”, come a Norimberga. Perché nel frattempo la stessa esaltazione per un obiettivo raggiunto o la delusione per un obiettivo mancato, cme racconta uno di loro, è un’emozione umana. La disumanizzazione è il genocidio, l’indifferenza, l’assenza di reazione, la politica decisa dagli algoritmi. Invece in quel frattempo il PTSD (post traumatic stress desorder) dei soldati monta, e il loro trasformarsi in pazienti cresce. E’ lo stesso soldato a dirlo, quando si chiede “chi sono io?”, confrontandosi suo malgrado, con i nazisti. Noi aspettiamo questa, di esplosione.
Senza rimanere indifferenti.

