Giorni fa, seguendo le giornate terribili passate per strada da abitanti e attivistə Spin Time commentavo un post su Facebook incitando all’espropriazione dello stabile, sostenuta dagli articoli 42 e 43 della Costituzione.

E’ sempre stato fuori discussione per me, a maggior ragione con gli sgomberi che si sono susseguiti negli anni a Roma e non solo, spazzando via comunità creatrici di alternativa e benessere riempiendo il vuoto dei territori.

Requisire, non acquistare, perché non ha senso regalare altri soldi ai privati dopo aver svenduto beni pubblici e averli ripagati il doppio per anni; non lo è economicamente e non lo è per una questione squisitamente politica: i beni comuni, peraltro salvaguardati e arricchiti da una comunità che si è costruita in tredici anni preservando dall’abbandono, dalla povertà, dalla dispersione scolastica, dalla solitudine e contribuendo all’arricchimento culturale e sociale 400 persone, donne, uomini, bambini, anziani, ragazzə e adulti, sono stati tutelati nella loro “funzione sociale” e nell’accessibilità di tutti”.

Esattamente come recita l’articolo 42 della Costituzione che ho citato su fb, al secondo e terzo comma: “La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti. [cfr. artt. 44, 47 c. 2].” “La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi di interesse generale”.

E la questione squisitamente politica è proprio questa: il sistema è retto da governi, uno via l’altro dalla cartolarizzazione di Tremonti in poi, che scelgono di perdere denaro pur di sostenere la proprietà privata e la speculazione di cui si nutre. E’ questa la beffa intollerabile per i Piantedosi di turno, sputtanata da una dichiarazione di investiRe sgr, il fondo detentore dello stabile, identica a quella del ministro.

Ed è qui che casca l’asino: Spin Time ha aperto il vaso di Pandora, e ne sono usciti tutti i mali del mondo, come dice il mito, che si condensano nella causa che li produce: il capitalismo, che si nutre e prospera proprio su questi mali. Iniquità, indifferenza, espansione esponenziale di miseria direttamente proporzionale all’espropriazione – questa sì! – e all’impossessamento di ricchezza fra pochi.

Ecco la vera espropriazione, e qui la rottura della trattativa ha scoperchiato la questione di fondo. La vera espropriazione l’hanno fatta i governi che hanno svenduto ai privati i beni pubblici pagati dai cittadini, e hanno continuato a pagarli, dovendo affittarli, il doppio di quanto ricavato, sempre spendendo soldi nostri.

Sono ben felice quindi che sia intervenuto proprio Sandro Medici sul «manifesto» del 7 agosto, che da presidente dell’allora X Municipio mise in atto proprio il diritto all’esproprio, restituendo spazi ad attivistə, alla cultura, al piccolo commercio locale.

E dopo di lui Luigi Corvo, docente di economia alla Bicocca, corroborava su quello stesso giornale queste stesse ragioni rifacendo la storia della svendita voluta da Tremonti per fare cassa, che si è poi tradotta nell’emorragia di denaro dalla casse pubbliche. Appunto, le nostre.

Lo segue Ascanio Celestini su Comune-info, per sottolineare direi quasi l’ovvietà di questo passo, e altrettanto fa l’8 agosto anche il Relatore ONU per il diritto all’abitare.

Dopodiché arriva la notizia («Il Messaggero», martedi 11 agosto) del via alla costruzione dello stadio a Pietralata, attraverso un esproprio. Dire che la cosa si commenta da sola è un pleonasmo. Profitto garantito, diritto all’esproprio.

Ma le voci che reclamano questo diritto e il diritto ad esercitarlo si moltiplicano via via che si diffondono le origini della privatizzazione degli stabili pubblici, lo sperpero di denaro pubblico, le ragioni politiche degli sgomberi, quelle del rifiuto di aprire le porte. Perciò dobbiamo continuare ad alzare la voce, a passare parola perché le voci, come i corpi in carne e ossa, in via S. Croce in Gerusalemme, diventino marea e impongano questo ritorno al pubblico, passo decisivo per cambiare il sistema.

Non aspettiamo la fata turchina: ci hanno derubati, ci hanno appesi per il collo, è ora che ci salviamo con le nostre stesse mani. Insieme, possiamo.


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