In conferenza stampa online, per la data cruciale dello sbaraccamento degli USA e il ritorno dei Taleban, le donne del RAWA raccontano 5 anni di invisibilizzazione progressiva delle donne e i semi che nonostante tutto, sottotraccia, continuano a gettare per la loro libertà.

Dopo aver scorso i diversi articoli che doverosamente sono usciti per ricordare il ritorno dei Taleban al potere in Afghanistan il 15 agosto di 5 anni fa, gli USA avendo deciso di sbaraccare, come sempre succede bisogna constatare che la realtà che emerge è quella di chi è al potere.

Necessariamente da una parte, perché non si può non parlare del gender apartheid che un’interpretazione distorta della sharia da parte dei Taleban ha determinato: un divario che è diventato un abisso nel quale hanno fatto sprofondare le donne una legge-incubo via l’altra, indipendentemente dalle garanzie di facciata date all’Occidente perché si sentisse rassicurato.

Prima l’esclusione dall’università, poi dalla scuola secondaria, successivamente le limitazioni nel lavoro – determinando peraltro il peggioramento drastico della crisi economica -quelle sulla possibilità di uscire, esclusivamente accompagnate dal mahram (un parente maschio) poi quelle sulla possibilità di espressione: non parlare, non cantare, non leggere in pubblico, essendo la voce considerata un elemento intimo della donna, da non scoprire esattamente come tutto il corpo, dalla punta dei capelli ai piedi coperto dal burka.

E la situazione non fa che peggiorare: all’interno del paese un’economia al collasso, sparizioni di donne per strada, silenzio totale sulle arrestate, controllo costante se non esponenziale sulle famiglie, repressione dilagante. Ci ricordiamo tuttə quando, il 10 giugno scorso a Herat, i Taleban hanno represso con le armi una rara manifestazione di protesta in strada. La protesta era nata dopo l’arresto di circa 30 donne accusate di aver violato un nuovo e rigido editto sul codice di abbigliamento e sul confinamento domestico. Secondo le Nazioni Unite, l’intervento violento ha causato almeno due morti (tra cui un bambino) e oltre venti feriti. Ma anche all’esterno, dopo l’ammorbidimento dell’UE nei confronti dei Taleban, ricevuti a Bruxelles dalla Commissione e da 15 Stati membri, per negoziare la cooperazione sui rimpatri di cittadini afghani emigrati. (e non apro al momento questo capitolo).

Ma il punto che la nostra stampa contribuisce a invisibilizzare è il precedente: una manifestazione è il segno che un’organizzazione c’è. Si chiama RAWA, Revolutionary Association of the Women in Afghanistan e il CISDA, Coordinamento Italiano a Sostegno delle Donne Afghane, è il ponte per dare loro visibilità. Per questo, considerando il ferragosto, due giorni prima del triste anniversario l’organizzazione ha promosso una conferenza stampa online che ci ha permesso di parlare direttamente con un’attivista di RAWA dall’altra parte del Mediterraneo, inutile dire anonima per ragioni di sicurezza.

Ma se il suo nome non può e non deve essere rivelato, al contrario vanno gridate a gran voce le attività e le iniziative che mettono in piedi, al momento clandestine: scuole, prima di tutto, dove bambine e ragazze corrono, sia pure dovendo fare chilometri e alle ore più impossibili pur di continuare ad istruirsi, rafforzando la convinzione che questo regime non potrà durare; attività lavorative: sarte, tessitrici, parrucchiere, estetiste, chiuse dal regime proseguono seppure fra mille difficoltà, a cominciare dal fatto di dover avere un circuito “sotterraneo”. E poi la produzione di documenti per aiutare le famiglie a trovare una strada per comunicare con chi è in carcere, il coinvolgimento degli uomini, soprattutto i più giovani, che già in Iran ha dimostrato di essere un ulteriore punto di forza.

E se la risposta continua anche qui ad essere la repressione, da parte dell’organizzazione si moltiplica un network di contatti: con le attiviste in Iran prima di tutto, anche perché “history is similar”, dice la nostra interlocutrice,  ma anche “around the world” sottolinea, e  “yet the movement is growing”, il movimento sta già crescendo.


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